La monta in Amazzone ha fatto la sua comparsa nell’Italia degli inizi del ‘300 alla Corte di Mantova, durante le nozze sfarzose per il matrimonio di Ludovico I (Luigi) Gonzaga con Caterina Malatesta o, più probabilmente, durante il “Grand Tournoi” per il suo secondo matrimonio con Francesca Malaspina del 1340.

storia monta amazzone

Apriva il corteo il cavallo della sposa, tenuto “a mano” da un paggio. La sella (sambue), era un adattamento del basto da soma su cui era stato avvitato, un seggiolino imbottito abbastanza largo ricoperto di stoffe preziose, dal quale pendeva un poggiapiedi ed era seduta lateralmente e parallela al dorso del cavallo, una postura assolutamente inadatta ad andature diverse dal passo a mano.

La sambue, scomoda e poco sicura, era usata solo nelle parate, mentre nella caccia a cavallo la “cavaliera” montava esattamente come gli uomini (a cavalcioni). L’evoluzione inizia nel secolo XVI alla Corte di Francia con Caterina de’ Medici, che per contrastare il potere dell’amante del marito, grande e impudica “cavaliera” a cavalcioni, fece modificare la sambue, facendo aggiungere un pomello alto a destra per l’appoggio e una gobba al centro del sedile che consentiva una posizione più verticale e più sicura. Perp seguire il marito nelle sue scorribande a cavallo, Caterina aggiunse un sostegno supplementare, un corno, che le permetteva di non scivolare a sinistra, sostituendo il poggiapiedi con una staffa-pantofola. Un po’ alla volta la posizione si raddrizza, la gamba destra della “cavaliera” si ritrovò girata nell’asse dell’incollatura, le spalle perpendicolari alla colonna del cavallo, confermando così quell’indipendenza maturata con il Rinascimento, che aveva permesso alla donna di assumere anche a cavallo, dei ruoli sociali e politici riservati solo agli uomini.

È a François de Garsault, capitano degli Haras di Francia, che dobbiamo l’introduzione del secondo corno a destra del primo, grazie al quale consentì un equilibrio ben migliore. La nuova sella permetteva di tenere la gamba destra della “cavaliera” tra i due corni, mentre la gamba sinistra rimaneva in appoggio su di una staffa tradizionale. L’introduzione nel 1830 del “corno da salto”, l’attuale corno mobile, attribuito a Jules Charles Pellier e codificato nel “vangelo” della monta all’amazzone, permise l’appoggio definitivo della gamba sinistra.monta in amazzone Prima fisso, il nuovo corno divenne mobile avvitato all’arcione, per adattare la sua inclinazione alla gamba sinistra della “cavaliera”, consentendo così la stabilizzazione dell’assetto moderno dell’amazzone, ora a proprio agio su tutte le andature e nel salto. Ci fu in seguito l’esperimento dell’ aggiunta di un terzo e di un quarto corno, ma fu subito abbandonata.

Grazie ai Pellier e alla cultura di Parigi, la monta all’amazzone non fu solo una “moda”, ma uno spettacolo affascinante di magia visuale. Influenzò i Paesi anglosassoni e, attraverso loro, si diffuse nel resto del mondo. L’Italia contribuì alla sua evoluzione con l’innovazione di Federico Caprilli, all’origine della monta moderna e padre della “monta naturale”. L’esperienza italiana, insieme a quella francese e inglese, mise l’amazzone in grado di affrontare tutte le discipline equestri, dandole una particolare indipendenza. La mano e il busto si spostarono in avanti per assecondare il movimento del cavallo ed equilibrare meglio la rigidità della posizione imposta dal corno. L’evoluzione tecnica della sella, permisero a Esther Stace su Emu Plains, nel 1915, di raggiungere un’altezza di salto di 1,981 metri, record tutt’oggi imbattuto.

Fra le amazzoni italiane del periodo post-caprilliano, si ricorda Fanny Vialardi di Sandigliano, vincitrice nel 1925 al vero primo campionato del mondo di monta all’amazzone che vide schierate le più grandi amazzoni del momento: Yvonne de la Croix (numero uno mondiale), le due sorelle de Sarlin e l’americana Vingut. Con la Grande Guerra, la monta all’amazzone si perse soprattutto in Italia e la “cavaliera” ricominciò a montare a cavalcioni, come era stato ai tempi delle prime “amazzoni guerriere”. Solo negli anni ‘70 del secolo scorso la donna ha riscoperto l’eleganza di questa disciplina equestre, mai tramontata nei Paesi anglosassoni.