Cavalleria San Maurizio

Palazzo Ducale Mantova

IL PALAZZO

1 – LE FASI COSTRUTTIVE

Il Palazzo Ducale di Mantova si trova nella zona nord-orientale della città, tra Piazza Sordello e la riva del Lago Inferiore, ed è costituito da un vasto insieme di edifici, cortili e giardini.

Come viene illustrato nelle piante seguenti, il Palazzo nasce per nuclei separati che , dalla metà del XVI° sec., vengono collegati tra loro, sino a formare un unico grandioso complesso (superficie 35.000 mq).

Gli edifici che compongono il Palazzo Ducale sono costruiti, per la maggior parte, dalla fine del XIII° sec. agli inizi del XVII° sec. e vengono abitati dai Gonzaga dal 1328 sino al 1707, quando si estingue la famiglia. Con il passaggio di Mantova agli Austriaci, alcuni ambienti sono adattati e diventano sede di rappresentanza.

Tuttavia il Palazzo Ducale , in seguito, conosce un lungo declino, che solo all’inizio del XX° sec. viene arrestato, con impegnativi restauri e con la destinazione a sede museale.

Gli edifici più antichi, affacciati su piazza Sordello, sono il palazzo del Capitano e la contigua Magna Domus, fondati con ogni probabilità dai Bonacolsi, che dominano Mantova dal 1271 al 1328.

Con l’insediamento della signoria gonzaghesca (1328) a tali palazzi, nel corso del XIV° sec., se ne aggregano altri, tra cui il palazzetto dove Pisanello dipinge, nel secolo successivo, il famoso ciclo cavalleresco . Tutto il complesso viene denominato Corte vecchia.

Tra il 1395 e il 1406, su progetto di Bartolino da Novara, viene edificato il castello di San Giorgio che, alla metà del XV°sec., per volere del marchese Ludovico II (1444-1478), è ristrutturato da Luca Fancelli, e diviene così il principale centro di residenza della famiglia Gonzaga. Nella torre di nord-est , Mantegna realizza la celebre Camera picta, ovvero camera dipinta, oggi nota come Camera degli Sposi (1465-74).

Attorno al castello sorge, in seguito, il complesso denominato Corte Nuova, in contrapposizione ai più antichi edifici di Corte Vecchia .

SITUAZIONE AL 1540

Alla fine del XV° sec., verso il lago Inferiore, è costruita da Luca Fancelli la Domus Nova , che è completata e modificata alla fine del XVI° sec. dal duca Vincenzo (1587-1612).

Non lontano dal castello di San Giorgio, tra il 1536 e il 1539, il duca Federico II (1519-1540) fa costruire, su progetto di Giulio Romano, l’appartamento di Troia, che rappresenta il primo nucleo della cosiddetta Corte Nuova. A breve distanza dalla nuova residenza ufficiale del duca è edificata la Rustica (1538-39). Questo piccolo edificio, in origine isolato sulle rive del lago Inferiore, viene concepito come residenza estiva, ma nel volgere di pochi decenni esso è inglobato nelle costruzioni che danno corpo al vasto cortile della Mostra.

SITUAZIONE AL 1630

Il duca Guglielmo (1550-1587) comincia ad unificare i diversi edifici fino a quel momento costruiti, e in Corte Vecchia fa aggiungere un’ampia ala con il giardino Pensile e realizzare un vasto appartamento privato (detto appartamento di Guglielmo). Di quest’ultimo è stata recentemente ritrovata la Sala dello Specchio, adibita a sala della musica, ricordata anche da Monteverdi.

Per collegare la zona di Corte Vecchia al castello e all’ appartamento grande di rappresentanza, realizzato in Corte Nuova, che ingloba e modifica in parte l’appartamento di Troia, viene costruito il corridoio di Santa Barbara, successivamente utilizzato anche come galleria di dipinti. Tale corridoio consente anche un collegamento interno con la Chiesa di Santa Barbara (1562 – 1572), eretta su progetto di Giovanni Battista Bertani. A questo nucleo si aggiungono poi la galleria della Mostra e la galleria delle Metamorfosi.

Un’ala della Domus Nova diviene il nucleo principale dell’appartamento Ducale, nel cui Logion serrato (ora Galleria degli specchi) i Gonzaga conservano i dipinti più importanti della loro collezione.

In questa stessa zona del palazzo, il duca Ferdinando (1612-1626) fa realizzare l’appartamento del Paradiso (attualmente non visitabile) e la Scala Santa (visibile dal corridoio di Paolo Pozzo) costruita a imitazione della Scala Santa in Laterano a Roma.

2 – GLI AMBIENTI DEL PALAZZO

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ERCORSI AGGIUNTIVI

Recentemente sono stati individuati dei percorsi aggiuntivi che si possono effettuare in Palazzo Ducale, dal mese di novembre al mese di marzo. Sono curati dagli Assistenti Tecnici Museali, e occorre rivolgersi al servizio di Accoglienza presente in Palazzo Ducale.

I percorsi aggiuntivi sono previsti nei giorni di sabato e di domenica dal mese di novembre al mese di marzo e nei seguenti orari:

09:15 – Appartamento di Isabella, in Corte Vecchia

09:30 – Palazzo del Capitano (Appartamento di Guastalla)
09:45 – Stanze dell’Imperatrice

10:00 – Appartamento Grande di Castello

10:15 – Le carceri in Castello

10:30 – Piano nobile del Castello

10:45 – La Rustica: Appartamento della Mostra

11:00 – Appartamento di Isabella, in Corte Vecchia

11:15 – Palazzo del Capitano (Appartamento di Guastalla)
11:30 – Stanze dell’Imperatrice

11:45 – Appartamento Grande di Castello

12:00 – Le carceri in Castello

12:15 – Piano nobile del Castello

12:30 – La Rustica: Appartamento della Mostra

14:30 – Appartamento di Isabella, in Corte Vecchia

14:45 – Palazzo del Capitano (Appartamento di Guastalla)
15:00 – Stanze dell’Imperatrice

15:15 – Appartamento Grande di Castello

15:30 – Le carceri in Castello

15:45 – Piano nobile del Castello

16:00 – La Rustica: Appartamento della Mostra

16:15 – Appartamento di Isabella, in Corte Vecchia

16:30 – Palazzo del Capitano (Appartamento di Guastalla)
16:45 – Stanze dell’Imperatrice

17:00 – Appartamento Grande di Castello

17:15 – Le carceri in Castello

17:30 – Piano nobile del Castello

17:45 – La Rustica: Appartamento della Mostra

I percorsi aggiuntivi sono elencati in ordine di priorità e sono possibili tutti a seconda della disponibilità di personale.

Appartamento di Isabella, in Corte Vecchia

Isabella d’Este fece realizzare il proprio Appartamento al pianterreno della Corte Vecchia, ove si trasferì dal Castello. Si possono visitare alcuni famosi ambienti, fra cui:

la Camera Grande, affrescata nel 1522 da Leonbruno; lo Studiolo, che ospitava i dipinti commissionati tra il 1496 e il 1506 a Mantegna, Lorenzo Costa e Perugino; la Grotta, che reca ancora l’originario arredo ligneo, e il Gardino Segreto, recentemente restaurato.

Palazzo del Capitano (Appartamento di Guastalla)

Il percorso si snoda attraverso le stanze abitate dall’ultima duchessa Anna Isabella di Guastalla nel Palazzo del Capitano; si possono visitare la cappella con affreschi del Trecento di scuola romagnola ( molto importante risulta la Crocifissione ) e gli ambienti che custodiscono affreschi, lapidi, sculture e ceramiche di epoca medioevale e del primo Rinascimento.

Il percorso comprende l’appartamento nuziale di Isabella d’Este; in particolare si visitano la Stanza dei Soli, la Stanza di Mezzo, la Camera delle Cappe (o delle Conchiglie), lo Studiolo e la Grotta. Poco si conserva dell’originario arredo dello Studiolo, mentre nella Grotta rimane il soffitto ligneo dorato (1506-1508). Nel Camerino Oscuro e nel Gabinetto degli Armadi sono radunati affreschi e arredi lignei provenienti dalla Palazzina della Paleologa, distrutta nel 1899.

La Rustica: Appartamento della Mostra

La palazzina della Rustica, originariamente collegata all’Appartamento di Troia, fu costruita da Giulio Romano fra il 1538 e il 1539 per Federico II Gonzaga. Il percorso, che comprende la Camera degli Amori di Giove, lo Studiolo di Orfeo, la Stanza del Pesce o di Nettuno, la Sala della Mostra e il Salone delle Quattro Colonne, si conclude con la visita al portico caratterizzato dal robusto bugnato. In particolare si segnalano lo Studio di Orfeo, dalla ricca decorazione a stucco e ad affresco con le storie del cantore, e la Stanza del Pesce, con la volta rivestita di bizzarri rilievi policromi raffiguranti fauna e flora acquatiche.

IL PALAZZO DUCALE DI MANTOVA ( di Stefano L’Occaso)

Pochi altri monumenti al mondo possono vantare una stratificazione storica come quella del palazzo Ducale di Mantova per il quale è forse più giusto parlare di città-palazzo, dal momento che il complesso architettonico è costituito da numerosi edifici collegati tra loro da ampi corridoi e grandiose gallerie, ed arricchito da cortili interni e vasti giardini.

I nuclei più antichi del palazzo precedono l’avvento al potere dei Gonzaga (1328), ma la storia del complesso si identifica soprattutto con quella della famiglia che governò la città fino al 1707, superando anche il traumatico evento dell’assedio e del sacco del 1630, che coincisero cronologicamente con l’estinzione del ramo principale della casata e l’inizio del breve ducato dei Gonzaga-Nevers. Allo stesso modo le ristrutturazioni più recenti, avvenute prevalentemente nella seconda metà del secolo XVIII, sono opera dei governatori inviati a Mantova dall’imperatore d’Austria, cui il ducato appartenne dalla fine della dinastia dei Gonzaga, con una breve parentesi francese (corrispondente agli anni del dominio napoleonico), fino all’annessione al Regno d’Italia nel 1866.

Nel corso del Duecento i Corradi di Gonzaga si stabilirono nella città e qui divennero alleati dei Bonacolsi, che ne tenevano le sorti proprio nel periodo di affermazione delle signorie sulle autorità comunali. Rinaldo Bonacolsi, detto Passerino, fu capitano del popolo agli inizi del Trecento; alla sua famiglia appartenevano buona parte dei palazzi medievali che circondano l’attuale piazza Sordello, chiusa sul fondo dalla cattedrale dedicata a san Pietro.

Il 16 agosto 1328 la fazione gonzaghesca si sollevò contro i Bonacolsi e ne ebbe la meglio in una battaglia condotta da Luigi Gonzaga; questi divenne così capitano del popolo e nell’arco di pochi anni riuscì ad ottenere la legittimazione del proprio potere tanto da parte imperiale quanto papale. A Luigi, ampiamente supportato dai figli nella gestione del potere, successe Guido (1360-69). Seguirono il governo di Ludovico I (1370-82) e di Francesco I (1382-1407), cui spetta, oltre alla costruzione del Castello di San Giorgio intorno al 1395, una vasta campagna di rinnovamento della città.

Fu merito del figlio Gian Francesco (1407-1444) la ristrutturazione e la regolarizzazione di parte della Corte Vecchia, un insieme di corpi di fabbrica diversi tra loro per cronologia, forma e posizione che tentò di legare tra loro: quest’impresa divenne il cruccio dei suoi discendenti. In quegli anni fu attivo per la corte Antonio Pisano, detto il Pisanello, che lasciò un importante ciclo cavalleresco ispirato ai romanzi bretoni; lavorò a lungo a Mantova e anche nella cappella del palazzo di Marmirolo, da poco fatto costruire da Gian Francesco, nominato marchese nel 1433 dall’imperatore Sigismondo.

Con Ludovico II (1444-1478) irrompe a Mantova il Rinascimento con una sequenza di avvenimenti artistici di altissimo livello; furono in particolare Andrea Mantegna e Luca Fancelli a soggiornare continuativamente nella città dei Gonzaga e a lasciarvi notevole impronta. Il Mantegna lasciò in palazzo tre opere di capitale importanza: la decorazione di una cappella in castello, distrutta nella seconda metà del Cinquecento (forse dopo il 1576), le pitture della Camera degli Sposi e i Trionfi di Cesare, emigrati in Inghilterra con la vendita delle collezioni (1627-28) e ora a Hampton Court.

Francesco II (1484-1519), terzo marchese di Mantova, realizzò alcune opere tra il castello e la Corte Nuova prima di impegnarsi nella costruzione del palazzo di San Sebastiano presso Porta Pusterla (1506), nel quale andò ad abitare trasferendovi le tele mantegnesche con i Trionfi; nel palazzo Ducale fu assai rilevante il ruolo giocato da sua moglie, la “prima donna del Rinascimento” Isabella d’Este. Colta e raffinata mecenate, commissionò decorazioni e raccolse collezioni che per quasi un secolo furono inalienabile eredità, artistica e culturale, per i Gonzaga. I camerini in castello, poi trasportati e ampliati in Corte Vecchia, sono una delle massime espressioni di un Rinascimento aperto alle più alte suggestioni erudite e filosofiche.

Il figlio Federico II avviò grandiosi lavori in castello e Corte Nuova, avvalendosi della poliedrica creatività e del magistero di Giulio Romano, allievo prediletto di Raffaello arrivato a Mantova nel 1524 e qui morto nel 1546. Venne realizzata la palazzina di Margherita Paleologa, giunta in moglie a Federico portando in dote il marchesato di Monferrato, successivamente causa di rovina per i Gonzaga. Venne anche completato e decorato l’appartamento di Troia con temi classici ricchi di allusioni storiche e politiche. Federico II nel 1530 divenne duca.

Nella seconda metà del Cinquecento Guglielmo Gonzaga (1550-87) si caricò del gravoso compito di fare del complesso, ancora costituito da nuclei e fabbricati slegati e distanti, un insieme organico; il fulcro divenne la basilica palatina di Santa Barbara edificata da Giovan Battista Bertani tra il 1567 e il 1572, e intorno a essa la regolarizzazione degli spazi e l’interconnessione degli appartamenti avvenne con la costruzione di una serie di nuove fabbriche, ma soprattutto con la sistemazione di vasti cortili interni e di importanti gallerie di collegamento. Tra gli architetti che maggiormente si prodigarono in questa fase furono lo stesso Bertani ed il casalese Bernardino Facciotto.

Guglielmo lasciò al figlio Vincenzo (1587-1612) un enorme palazzo ormai omogeneo, in cui i singoli appartamenti erano diventati cellule di un organismo colossale: un “palazzo in forma di città”. Del periodo di Vincenzo si ricorda una fastosa vita di corte, che il duca mantenne proteggendo artisti del calibro di Pietro Paolo Rubens, Claudio Monteverdi e Anton Maria Viani, che fu per oltre trent’anni (dal 1595 al 1630) prefetto delle fabbriche. Il canto del cigno negli anni del duca Ferdinando fu magnifico: lavorarono per la corte alcuni dei più grandi artisti dell’epoca, come Domenico Fetti, Giovanni Baglione, Guido Reni. Alla morte di Ferdinando, per volontà del fratello minore Vincenzo II, fu stilato un inventario che documenta una delle più prestigiose collezioni, d’oggetti d’arte e di preziosi, mai raccolte. I pezzi migliori furono venduti nel 1628 a Carlo I d’Inghilterra; il resto fu rubato dalle truppe imperiali che, nel corso della guerra per la successione del Monferrato, nel 1630 saccheggiarono la città.

Un tentativo di restaurazione avvenne attorno alla metà del Seicento con Carlo II, del ramo Gonzaga-Nevers subentrato già nel 1628 a quello principale rimasto privo di discendenza; egli chiamò a corte vari artisti tra cui Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, cui affidò il compito di dare nuovo splendore al palazzo.

La parabola gonzaghesca si concluse nel 1707 con Ferdinando Carlo che, dichiarato “fellone” dell’Impero, fuggì a Venezia portandosi via quanto era stato raccolto dai suoi avi e abbandonando palazzo e Stato al proprio destino.

Entrati gli austriaci nel palazzo, lo trovarono in uno stato deplorevole, e occuparono principalmente i più antichi edifici di Corte Vecchia, permettendo un progressivo deperimento di altre zone, come il castello, che ospitò nel Settecento e per parte dell’Ottocento le carceri, nelle quali vennero rinchiusi i Martiri di Belfiore, protagonisti del Risorgimento mantovano. Importanti restauri furono invece approntati in Corte Vecchia, dove vennero realizzate decorazioni di carattere rococò prima (la sala dei Fiumi) e poi neoclassico, sotto la guida dell’architetto Paolo Pozzo. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento furono accumulate in palazzo centinaia di opere d’arte, qui confluite dalle soppressioni napoleoniche di chiese e conventi.

Con l’annessione di Mantova al Regno d’Italia (1866) non cambiarono in principio le sorti del palazzo; negli ultimi anni del XIX secolo furono abbattute intere fabbriche, e opinabili scelte urbanistiche ed estetiche imposero la distruzione della palazzina della Paleologa e dell’ultimo teatro storico sopravvissuto. Dagli inizi del secolo XX venne intrapresa una diversa politica di restauro. Iniziò una campagna di recuperi che ha forse in parte nascosto l’incredibile stratificazione storica del palazzo, ma che ha portato alla scoperta di capolavori pittorici come la Crocifissione del palazzo del Capitano, il ciclo pisanelliano (rinvenuto negli anni sessanta) e ancora di recente la sala dello Specchio nell’appartamento di Guglielmo di Corte Vecchia.

Percorso principale

L’accesso al palazzo avviene da piazza Sordello, dove è possibile apprezzare la fronte dei due edifici più antichi: sulla destra è il merlato palazzo del Capitano, sulla sinistra la più bassa Magna Domus, cronologicamente anteriore. Entrambi gli edifici sono di origine bonacolsiana, e passarono nel corso del Trecento nelle mani dei Gonzaga; erano separati da una strada sulla quale insiste l’attuale portone di ingresso, da cui si accede al monumentale scalone delle Duchesse, costruito nel primo Seicento e modificato da Paolo Pozzo nel 1779. Si accede quindi da un ballatoio alla sala detta del Morone, che ospita una grande tela (del 1494) del pittore veronese Domenico Morone. È raffigurata la Cacciata dei Bonacolsi, da cui prese l’avvio la signoria dei Gonzaga. In primo piano si svolge la battaglia tra le due opposte fazioni; sulla sinistra è rappresentato l’ingresso in città di Cangrande della Scala in aiuto dei Gonzaga, mentre sulla destra è il tentativo di fuga, sul cavallo nero, di Passerino Bonacolsi, che non sfuggì alla morte; sul fondo una processione guidata dai Gonzaga celebra la vittoria entrando nella cattedrale, qui rappresentata con la facciata tardogotica, opera dei Dalle Masegne poi distrutta nel Settecento.

Nella prima sala di Guastalla, al piano nobile del palazzo del Capitano che fu abitato da Anna Isabella di Guastalla tra fine Seicento e inizi del XVIII secolo, è collocato un fregio ad affresco che rappresenta i Ritratti dei Gonzaga da Luigi a Ferdinando Carlo. Le pitture coprivano fino agli anni sessanta la decorazione della sala successiva, nota come sala del Pisanello.

Pisanello
Il torneo (parete est)
(particolare)

Antonio Pisano, detto il Pisanello, fu uno dei massimi esponenti della corrente artistica detta “gotico fiorito”, lirica espressione dell’autunno del Medioevo; dal 1422 fu in contatto con la corte mantovana e avviò questo importante ciclo probabilmente intorno al 1433. È stato recentemente supposto che il pittore sia stato incaricato da Gian Francesco di illustrare il Lancelot, romanzo bretone che narra le gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda, in occasione della sua nomina a marchese da parte dell’imperatore. Proprio l’annunziata visita dell’imperatore (22 settembre 1433) sarebbe all’origine della decisione del pittore di realizzare, dopo la scena iniziale del Torneo, non tanto una “sinopia” quanto una pittura a monocromo rosso, per dare il senso di una decorazione completa. Solo più tardi, dopo il 1433, il pittore avrebbe iniziato gli affreschi veri e propri che per motivi ignoti restarono interrotti dopo la scena del Torneo.

Nella successiva sala dei Papi è conservata la sinopia del torneo, strappata da sotto la decorazione pittorica: questa servì certamente da “disegno preparatorio” per il pittore. Si procede quindi nella galleria Nuova, progettata nel 1771 da Giuseppe Piermarini per raccordare gli ambienti dell’appartamento di Guastalla con l’appartamento Ducale. Qui sono attualmente esposte numerose pale d’altare, databili dal primo Cinquecento alla fine del Settecento, provenienti dalle soppressioni di chiese e conventi di Mantova, occorse tra fine Settecento e primo Ottocento. Si notino in particolare la Conversione di Saulo del viadanese Girolamo Mazzola Bedoli, proveniente da San Francesco, una pala di Francesco Borgani proveniente da Sant’Agnese e celebre per la veduta di Mantova da Borgo San Giorgio, un Miracolo di Santa Chiara del ferrarese Carlo Bononi (da Sant’Orsola), e due tele di Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnoletto: San Francesco Regis e San Francesco da Sales. Nella vicina Alcova sono tele di autori mantovani del Settecento, tra cui un San Giuseppe in gloria e santi dello Schivenoglia e quattro opere di Giuseppe Bazzani, massimo rappresentante della scuola locale e pittore di respiro internazionale, prossimo al rococò austriaco ma memore anche della pittura genovese del primo Seicento.

All’estremità della galleria Nuova si apre la grandiosa sala degli Arcieri, ricavata all’interno di un corpo di fabbrica addossato alla rinascimentale Domus Nova, nella quale il Viani sistemò, intorno al 1600, l’appartamento del duca Vincenzo. In questa sala cogliamo la misura del gusto tardomanierista internazionale, detto “auricolare”, capriccioso e corposo al contempo, che il Viani importò dalla corte di Monaco dove aveva prestato servizio per vari anni: particolarmente evidente nei grotteschi mensoloni che sostengono il soffitto. Vanto della sala sono certamente i dipinti esposti, anch’essi provenienti dalle soppressioni di chiese e monasteri: vi è la celebre pala del fiammingo Pietro Paolo Rubens, consegnata alla chiesa della Santissima Trinità nel 1605. In origine il pittore aveva realizzato un maestoso trittico, di cui rimane a Mantova soltanto la vasta tela centrale (in parte mutila), perché i due dipinti che la accompagnavano, disposti sui due lati, vennero asportati alla fine del Settecento: la Trasfigurazione di Cristo è ora a Nancy, mentre il Battesimo di Cristo è ad Anversa. La tela qui esposta rappresenta La famiglia Gonzaga in adorazione della Trinità: in primo piano sono il duca Vincenzo con la moglie Eleonora de Medici, più arretrati il padre Guglielmo con la moglie Eleonora d’Austria.

Nella sala sono conservate altre importanti opere di pittura: segnaliamo La Vergine presenta Santa Margherita alla Trinità (1619), già nella chiesa di Sant’Orsola e dipinta da Anton Maria Viani su committenza di Margherita Gonzaga, e l’enorme lunetta con la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, già posta nel refettorio dello stesso convento e dipinta da Domenico Fetti.

Si procede quindi nella galleria degli Specchi che deve il suo nome alla decorazione neoclassica apposta dal pavimento al cornicione tra il 1773 e il 1779 sotto la supervisione di Giocondo Albertolli. La galleria era però stata inizialmente edificata sotto Vincenzo I Gonzaga come loggia aperta, successivamente tamponata; la decorazione pittorica della volta con raffigurazioni allegoriche venne poi realizzata intorno al 1618 da una composita équipe di pittori in parte di formazione emiliana (sulla volta operarono due allievi di Guido Reni: Francesco Gessi e Gian Giacomo Sementi), in parte capitanati dal prefetto Anton Maria Viani.

Tornati nella sala degli Arcieri, si attraversano le stanze dell’appartamento Ducale: la prima è la sala di Giuditta. Tra le lesene rinascimentali, provenienti dal cinquecentesco palazzo di San Sebastiano, così come il soffitto, sono conservate quattro tele con Storie di Giuditta del pittore napoletano Pietro Mango, attivo a Mantova intorno alla metà del Seicento per Carlo II Gonzaga-Nevers. Alle pareti sono invece esposte opere di Domenico Fetti: il Redentore con undici Apostoli, dagli esiti pittorici estremamente liberi, e sei Santi su lavagna.

La sala successiva, detta del Labirinto, deve il proprio nome al soffitto ligneo dipinto e dorato che riproduce i meandri di un labirinto. Anch’esso, come gli altri soffitti lignei di queste stanze, proviene dal palazzo di San Sebastiano e porta al proprio interno il motto “forse che sì, forse che no” che il marchese Francesco II trasse con ogni probabilità da una musica allora popolare, una frottola amorosa. La fascia perimetrale è invece pertinente all’adattamento del soffitto nell’attuale ambiente a opera del duca Vincenzo, e l’iscrizione che essa reca allude alla battaglia di Kanizsa (“sub arce Canisiae”) in Ungheria; episodio di una vera e propria crociata bandita contro i turchi cui il Gonzaga prese parte. Nella sala è conservato l’arredo proveniente dalla reggia di Mirandola, ove governò la famiglia Pico; nel 1708 gli austriaci si appropriarono dei loro beni, dividendoli tra Vienna e lo spoglio palazzo di Mantova, utilizzato come sede di rappresentanza.

In particolare si notino le Quattro età del mondo, ampie tele dipinte al principio del Seicento da Jacopo Palma il Giovane (l’Età del ferro, sul lato d’ingresso) e Sante Peranda (l’Età dell’oro, dell’argento e del bronzo) e due Principesse della Mirandola, busti in marmo del romano Lorenzo Ottoni.

Nella successiva sala del Crogiuolo è collocata la seconda parte, oltre a quella nella sala di Giuditta, del vasto soffitto recante l’emblema del Crogiuolo, impresa di Francesco II ideata a simbolo della bontà e limpidezza della propria condotta politica; sotto di esso corre il fregio con Putti e cani, dipinto da Lorenzo Costa il Giovane su disegni del Tintoretto (1580 circa), proveniente dalla sala dello Zodiaco e qui collocato agli inizi del Novecento.

Il possente maniero venne eretto per volere di Francesco I Gonzaga sul finire del Trecento dall’architetto novarese Bartolino Ploti, che pochi anni prima aveva dato prova della sua maestria con la costruzione dell’imponente castello estense di Ferrara. La maestosa mole con quattro torri di diverse altezze, era già in origine resa asimmetrica dalla presenza di controtorri, ossia corpi aggettanti più bassi, anch’essi muniti di merlature e collegati con i rispettivi revellini posti al di là del fossato di cinta. Nato come struttura difensiva militare, il castello fu modificato già intorno al 1459, quando Ludovico II vi si trasferì adattando la struttura architettonica alle nuove esigenze abitative; nel 1472 Luca Fancelli, forse su disegni del Mantegna, realizzò a ridosso di un portico medievale del cortile due lati porticati di evidente ispirazione toscana.

Al piano nobile si accede attraverso una rampa elicoidale, ricostruita nel secondo decennio del XX secolo, dalla quale si arriva direttamente nella sala degli Stemmi, che affaccia sul cortile interno attraverso tre bifore gotiche. La successiva sala dei Soli deve il nome alla decorazione della volta realizzata nel 1549 in occasione del matrimonio di Francesco III e Caterina d’Austria.

Capolavoro assoluto del rinascimento padano è la decorazione pittorica della camera degli Sposi, cui il pittore Andrea Mantegna attese, con una certa discontinuità, per circa nove anni (1465-1474).

I dipinti della camera Picta (cioè “camera dipinta”, come era in origine nota) costituiscono un prototipo esemplare di concezione decorativa unitaria di un ambiente, in chiave ottica e prospettica; la miglior fruizione delle pitture si ha dal centro della stanza. Su una zoccolatura in finto marmo che fa da proscenio si muovono i protagonisti della rappresentazione, resi visibili dallo scostamento delle tende che chiudono i lati sud ed est; la finzione architettonica si sviluppa sulle parete con finte lesene che scandiscono le pitture, e sopra di esse continua dai capitelli pensili attraverso le vele della volta (alzata per rendere cubiche le proporzioni dell’ambiente), culminando nel tondo centrale, il celebre oculo prospettico dal quale affacciano varie figure che scrutano verso il basso.

Sulla parete ovest è rappresentata tutta la corte in modo piuttosto informale, sorpresa nel momento in cui un messaggero (sulla sinistra) consegna una lettera a Ludovico, affiancato dalla moglie Barbara di Brandeburgo. Dalla lettera Ludovico apprende che Francesco Sforza, signore di Milano per il quale prestava servizio come comandante dell’esercito, è gravemente ammalato; il suo viaggio verso Milano è rappresentato sulla parete ovest, e precisamente attraverso l’episodio dell’incontro, avvenuto a Bozzolo, con il figlio Francesco, appena nominato cardinale.

Alla prodigiosa galleria di ritratti si aggiungono i numerosi riferimenti all’antico: anzitutto nei miti di Ercole (lati sud e ovest), Arione (est) e Orfeo (nord) nelle lunette della volta e nei busti dei dodici imperatori sulle vele della stessa.

Usciti dalla camera Picta, passando attraverso la sala degli Affreschi e scendendo nuovamente lo scalone elicoidale, salendo infine per lo scalone di Enea si giunge nella sala di Manto, all’interno della Corte Nuova.

Anticamente questa zona era detta appartamento di Castello, come fosse null’altro che un’appendice del maniero tardotrecentesco; piuttosto complessa è la genesi di questa parte del palazzo. La sala di Manto, in origine ingresso all’appartamento di Troia sistemato da Federico II Gonzaga, deve l’aspetto attuale all’intervento di Guglielmo che dispose la creazione dell’appartamento Grande di Castello verso la fine del settimo decennio del Cinquecento. Pertanto il vasto salone costituisce contemporaneamente l’ingresso di due diversi appartamenti. Qui Guglielmo volle che la decorazione fosse dedicata alla celebrazione della famiglia Gonzaga, partendo dalle origini stesse della città di Mantova. Otto riquadri vennero dipinti a olio su muro e raccontano sulla parete est lo sbarco in Italia di Manto, leggendaria figlia dell’indovino Tiresia, e proseguendo in senso orario il Convito di Manto, la fondazione della città di Manto fatta dal figlio Ocno, tre scene di fondazioni urbane (costruzione di porta Leona, porta Pradella e del ponte dei Mulini) e due scene relative a lavori urbani eseguiti dai Gonzaga. La sala è attualmente arricchita da alcune sculture romane provenienti da Sabbioneta.

Dalla sala di Manto si passa nella sala dei Cavalli all’interno dell’appartamento di Troia, realizzato da Giulio Romano per Federico II negli anni 1536-1539. L’artista romano dovette fare i conti con numerose preesistenze che condizionarono la pianta dell’appartamento: ciò è molto evidente nella pianta a trapezio irregolare della sala, la cui anomalia è mascherata dal piatto soffitto ligneo a cassettoni, nel quale è inserita una tela rappresentante la Caduta di Icaro, comunemente attribuita a Luca da Faenza, uno degli allievi che posero in opera gli innumerevoli progetti di Giulio. L’affresco rappresentante il Monte Olimpo su un labirinto d’acqua, opera di gusto nordico databile intorno al 1530, è chiara testimonianza di una fase anteriore alla sistemazione giuliesca dell’appartamento e venne scoperto soltanto negli anni venti del Novecento.

Dalla sala dei Cavalli si intravede un giardino pensile interno noto come cortile dei Cani; si prosegue quindi nella sala delle Teste, la cui volta venne affrescata da un collaboratore di Giulio Romano, forse Rinaldo Mantovano, con la rappresentazione di Giove in trono; nelle tazze alla base della volta stessa erano in origine busti di famosi condottieri e personaggi della politica del tempo realizzati dal ferrarese Alfonso Lombardi Cittadella.

Nell’attiguo gabinetto dei Cesari rimangono solo lacerti dell’originale decorazione giuliesca della volta e copie delle undici tele rappresentanti Imperatori romani che Tiziano Vecellio aveva realizzato per Federico II, e che dopo vari passaggi di proprietà andarono perdute a Madrid in un incendio nel 1754.

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